Sono passati ormai 30 anni dalla morte di Paolo Borsellino, 57 giorno dopo la strage di Capaci in cui perse la vita Giovanni Falcone.

Paolo Borsellino, strage di via D’Amelio

Il 19 luglio ricorre l’anniversario della strage di via D’Amelio in cui sono morti il ​​giudice Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta. Dopo trenta anni molte ombre ancora inquinano la verità dei fatti.

L’eco della strage di Capaci del 23 maggio era ancora forte, ma all’improvviso Palermo e l’Italia, il 19 luglio 1992, tornarono nel terrore. Un nuovo attacco terroristico-mafioso. Il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta sono morti, in via D’Amelio 21, dove abitava sua madre, a causa di un’auto piena di esplosivo. Una Fiat 126, che gli inquirenti scoprono successivamente essere stata rubata, alle 16:58, provoca un’esplosione a dir poco infernale. “Inferno”, infatti, è la parola usata da Antonino Vullo, unico agente superstite della scorta del magistrato, quando descrisse quei momenti drammatici.

Nell’esplosione, insieme al giudice, impegnato con Giovanni Falcone nella più grande inchiesta antimafia della storia italiana, sono morti cinque agenti di scorta. Tutti appartenenti alla Polizia di Stato, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi: prima donna poliziotta ad entrare a far parte di un servizio di scorta.

Chi era Paolo Borsellino

Paolo Borsellino nasce nel popolare quartiere della Kalsa a Palermo nel 1940. È considerato, insieme a Giovanni Falcone, un personaggio di spicco nella lotta alla mafia sia a livello nazionale che internazionale. La sua formazione classica lo porta ad iscriversi alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo. Durante il periodo universitario è stato attivamente impegnato nei movimenti studenteschi. Si laurea con lode all’età di ventidue anni.

Nel 1963 vince il concorso in magistratura, diventando il più giovane magistrato d’Italia. Inizia un percorso fatto di incarichi prestigiosi che lo porterà nel 1975 all’Ufficio Educazione del Tribunale di Palermo e nel 1980 (al fianco del capitano Basile) a continuare un’indagine mafiosa iniziata da Boris Giuliano. In quegli anni Chinnici fonda il “pool antimafia” di cui ne facevano parte Giuseppe di Lello, Leonardo Guarnotta e ovviamente Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

L’esperienza nel pool antimafia

L’esperienza di Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e degli altri magistrati inquirenti del pool antimafia ha aperto una pagina importantissima della storia italiana. Ci riferiamo Maxi processo di Palermo con le sue 475 persone condannate, accusate di reati di mafia, corruzione, omicidio, traffico di droga, estorsione. Il lavoro dei magistrati ha commosso tutta l’opinione pubblica, ponendo l’attenzione su un problema che spesso si fingeva di non vedere. Fu aperto un enorme vaso di Pandora, fatto di corruzione e illegalità.

Il 1992 è l’ultimo grado di giudizio del Maxi processo. Un anno che diventa terribile e tragico. Le grandi conquiste della giustizia furono offuscate da attentati, omicidi e stragi mafiose. E ‘iniziato con l’omicidio del membro del Congresso Salvo Lima. Poi venne la strage di Capaci il 23 maggio e, il 19 luglio, quella di via D’Amelio. Stragi tutte rivendicate dalla “Falange Armata”. Anni dopo si saprà che il mandante era stato il boss mafioso Salvatore Riina.

A 30 anni si sta ancora aspettando giustizia?

Trenta anni dopo quell’anno terribile, ancora tante ombre aleggiano sulla storia di quel periodo e sulle stragi di mafia. Capaci e via D’Amelio sono state per lo Stato una grossa sfida alla criminalità organizzata: ma prove inconfutabili sembrano essere state cancellate e fatte sparire. Così come è scomparsa dal luogo della strage di via D’Amelio la famosa agenda rossa che il giudice Borsellino portava sempre con sé, che conteneva elementi fondamentali dell’indagine.

Trenta anni dopo, ancora si chiede giustizia. Per Falcone, per Borsellino, per gli agenti della scorta, e per tutti gli innocenti e le persone impegnate a rendere questo mondo più giusto e pulito, ma che invece trovarono la morte per mano di criminali senza scrupoli.

Oggi l’Italia è sicuramente molto diversa da quella del 1992: e se lo è, è anche merito di queste persone che hanno sacrificato la propria vita per degli ideali, andando contro tutti, persino le istituzioni.

Si spera che un giorno, tempo e verità riescano a trovare un punto d’incontro rendendo giustizia a chi è morto per degli ideali.

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Foto: Archivio Fotogramma